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Direttiva Copyright UE: perché riaprirla oggi per l’IA è l’errore da evitare

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Se ami la musica — se ogni volta che ascolti un brano ti chiedi chi c’è dietro, quante ore di lavoro, quanta creatività, quanta passione — allora quello che sta succedendo intorno alla direttiva copyright UE 2019/790 ti riguarda direttamente, anche se non hai mai letto un testo di legge in vita tua. Settembre 2026: a Bruxelles si discute se riaprire una delle norme più importanti mai scritte a tutela degli artisti nell’era digitale, e le conseguenze di quella decisione potrebbero cambiare per sempre il modo in cui la musica viene creata, distribuita e — soprattutto — remunerata.

Una legge nata per difendere chi crea: le fondamenta della Direttiva DSM

Per capire perché questo dibattito è così delicato, bisogna partire dall’inizio. La Direttiva (UE) 2019/790, conosciuta anche come Direttiva DSM (Digital Single Market), è entrata in vigore il 7 giugno 2019 con un obiettivo preciso: adattare le norme europee sul diritto d’autore agli sviluppi tecnologici e ai nuovi modelli di business che nel frattempo avevano trasformato radicalmente il settore musicale.

Prima di questa direttiva, il quadro normativo europeo sul copyright era frammentato, spesso incapace di tenere il passo con la velocità con cui le piattaforme digitali crescevano e accumulavano contenuti creativi senza necessariamente remunerare chi quei contenuti li aveva prodotti. Artisti, compositori, autori di testi, produttori discografici: tutti si trovavano in una posizione di svantaggio strutturale rispetto a giganti tecnologici che monetizzavano la loro creatività a costi minimi.

La Direttiva DSM ha cercato di rimettere in equilibrio questo rapporto di forze. Tra gli articoli più rilevanti per il mondo musicale, l’articolo 15 riguarda i diritti dei fornitori di servizi di condivisione di contenuti, stabilendo obblighi precisi per le piattaforme che ospitano e distribuiscono materiale protetto da diritto d’autore. In sostanza: non puoi guadagnare dalla musica degli altri senza riconoscerne il valore e — soprattutto — senza pagare chi l’ha creata.

Quella norma ha rappresentato una svolta culturale prima ancora che giuridica. Ha sancito il principio che il valore economico generato dalla creatività appartiene, almeno in parte, a chi quella creatività l’ha espressa. Un principio che sembra ovvio, ma che per anni era rimasto lettera morta di fronte al potere contrattuale delle big tech.

Il vento che soffia da Bruxelles: perché si parla di riaprire tutto

Eppure, nel 2026, qualcosa si muove. La Commissione europea ha veicolato un questionario agli Stati membri per raccogliere opinioni su una potenziale riapertura della Direttiva Copyright. La spinta arriva da più direzioni, ma una delle più pressanti è quella dell’industria dell’intelligenza artificiale generativa, che chiede margini di manovra più ampi per poter addestrare i propri modelli su contenuti protetti da copyright senza dover affrontare ogni volta la complessità delle licenze.

La logica di chi vuole rinegoziare è apparentemente semplice: le norme del 2019 non potevano prevedere l’esplosione dell’IA generativa, quindi vanno aggiornate. Ma questa argomentazione, per quanto comprensibile in astratto, nasconde insidie enormi per chi lavora nel mondo della musica e della creatività in senso lato.

L’eurodeputata Eleonora Meleti (PPE) ha già chiesto alla Commissione chiarimenti su come tutelare i diritti dei creatori nell’industria musicale digitalizzata, segnalando che il problema non è tanto l’esistenza della norma quanto la sua capacità di essere applicata in modo efficace in un ecosistema tecnologico che cambia a una velocità vertiginosa.

👉 Leggi anche: Direttiva Copyright UE: perché i musicisti chiedono di riaprirla contro l'IA

E qui sta il nodo centrale del dibattito: riaprire la direttiva non risolverebbe i problemi esistenti. Rischierebbe, al contrario, di creare un vuoto normativo che i soggetti più forti — le grandi aziende tecnologiche, le piattaforme con miliardi di utenti — sarebbero in grado di sfruttare molto meglio di quanto possano fare gli artisti indipendenti, le piccole etichette, i compositori che lavorano da soli in uno studio di registrazione.

Il vero problema: norme ci sono, ma l’applicazione è un’altra storia

Uno degli argomenti più solidi di chi si oppone alla riapertura della Direttiva DSM è quello che potremmo chiamare il gap di enforcement: il divario tra ciò che la legge prevede sulla carta e ciò che accade concretamente nella realtà quotidiana del mercato musicale digitale.

Prendiamo un esempio concreto. Un artista emergente pubblica un brano su una piattaforma di streaming. Quel brano viene ascoltato milioni di volte in tutto il mondo. Ma come viene calcolato il compenso? Quali dati vengono condivisi con l’artista? Quanto di quel flusso economico arriva davvero nelle tasche di chi ha scritto le parole, chi ha suonato gli strumenti, chi ha mixato il suono? La direttiva prevede obblighi di trasparenza, ma la loro applicazione pratica è spesso lacunosa, frammentata, difficile da verificare per chi non ha un esercito di avvocati a disposizione.

Oppure pensiamo alla musica generata dall’intelligenza artificiale. Oggi esistono strumenti in grado di produrre brani che suonano come un artista specifico, che imitano uno stile, una voce, un’atmosfera. Questi strumenti vengono addestrati su enormi quantità di musica esistente — musica protetta da copyright. Chi ha autorizzato quell’uso? Chi viene compensato? La risposta, nella maggior parte dei casi, è: nessuno. E questo non perché la direttiva non dica nulla in proposito, ma perché i meccanismi di controllo e di enforcement sono ancora profondamente inadeguati.

Riaprire la direttiva in questo contesto significherebbe iniziare un negoziato lunghissimo — anni di discussioni, compromessi, pressioni lobbistiche — durante il quale le tutele esistenti rischierebbero di indebolirsi ulteriormente. Nel frattempo, l’IA generativa continuerebbe a crescere, a produrre contenuti, a costruire modelli di business su musica altrui.

L’AI Act e il copyright: un puzzle ancora incompleto

Nel frattempo, l’Unione europea ha già fatto un passo significativo con l’AI Act (Regolamento UE 2024/1689), entrato in vigore il 1° agosto 2024. Questo regolamento introduce, all’articolo 53, obblighi specifici in capo ai fornitori di modelli di intelligenza artificiale per finalità generali — quelli che vengono usati per generare testi, immagini, musica e altri contenuti creativi.

In particolare, i fornitori di questi modelli devono rispettare la normativa sul diritto d’autore dell’Unione europea e devono mettere a disposizione una sintesi sufficientemente dettagliata dei contenuti utilizzati per l’addestramento. Sembra un passo avanti importante, e in parte lo è. Ma la sfida è tradurre questi obblighi in pratiche concrete e verificabili.

Come si fa a sapere, davvero, quali brani sono stati usati per addestrare un modello musicale? Come si garantisce che gli artisti vengano informati e, soprattutto, compensati? L’AI Act pone le basi, ma non costruisce l’edificio. Serve un sistema di trasparenza robusto, verificabile, accessibile anche agli artisti che non hanno risorse legali illimitate.

👉 Leggi anche: La direttiva copyright UE è già obsoleta: perché riaprirla nel 2026

Qui entrano in gioco le proposte alternative che molti esperti e organizzazioni del settore musicale stanno avanzando, senza necessariamente chiedere di riscrivere la Direttiva DSM da zero. L’idea di un meccanismo di opt-out trasparente — che permetta agli artisti di escludere esplicitamente le proprie opere dall’addestramento dei modelli IA — è una di quelle che raccoglie più consenso. Non come alternativa alla tutela del copyright, ma come strumento aggiuntivo che rende la norma più operativa nella pratica quotidiana.

Allo stesso modo, il modello delle licenze collettive estese — già utilizzato in alcuni Paesi nordici per gestire i diritti musicali in modo efficiente — potrebbe rappresentare una soluzione pragmatica: invece di negoziare accordo per accordo, si crea un sistema in cui le società di gestione collettiva dei diritti negoziano per conto di tutti gli aventi diritto, garantendo una remunerazione equa e distribuita in modo trasparente.

Queste non sono idee rivoluzionarie. Sono strumenti che esistono già, in forme diverse, in vari contesti. La sfida è adattarli alla specificità dell’era dell’IA generativa, dove i contenuti vengono consumati e trasformati a una velocità e su una scala che non hanno precedenti nella storia della musica.

La posta in gioco per gli artisti: non solo soldi, ma identità

È facile ridurre questo dibattito a una questione di compensi economici. Ed è vero che la remunerazione è fondamentale: gli artisti devono poter vivere del proprio lavoro, e questo diventa sempre più difficile in un ecosistema in cui i ricavi dello streaming sono frammentati e spesso irrisori per chi non ha numeri enormi.

Ma c’è qualcosa di ancora più profondo in gioco. La musica è identità. È la voce di un cantautore che racconta la propria storia, è lo stile inconfondibile di un produttore che ha passato anni a sviluppare il proprio suono, è la firma artistica di una band che ha costruito il proprio universo sonoro disco dopo disco. Quando un modello di IA impara ad imitare quella voce, quello stile, quella firma — senza chiedere permesso, senza pagare, senza nemmeno riconoscere il debito — non si tratta solo di una violazione economica. Si tratta di una violazione dell’identità creativa.

La direttiva copyright UE 2019/790 ha cercato di proteggere anche questa dimensione più intangibile della creatività. Riaprirla oggi, sotto la pressione di chi vuole rendere più semplice addestrare modelli di IA su contenuti altrui, significherebbe mettere a rischio non solo i compensi degli artisti, ma il principio stesso che la creatività umana ha un valore che va riconosciuto e rispettato.

Cosa serve davvero: applicazione, trasparenza, coordinamento

La posizione più ragionevole — quella che emerge dal dibattito tra chi conosce davvero il settore musicale e le sue dinamiche — non è né la difesa cieca dello status quo né la riscrittura totale delle regole. È qualcosa di più preciso e più difficile da realizzare: applicare meglio ciò che già esiste, costruire strumenti di trasparenza efficaci, coordinare meglio la Direttiva DSM con le nuove norme sull’IA.

Questo significa investire nelle autorità di controllo nazionali, che spesso non hanno le risorse tecniche per monitorare come i modelli di IA utilizzano i contenuti musicali. Significa creare registri pubblici e accessibili dei contenuti usati per l’addestramento. Significa rafforzare le società di gestione collettiva dei diritti, che possono essere un interlocutore efficace tra il mondo degli artisti e quello delle piattaforme tecnologiche. E significa dare voce agli artisti — non solo alle grandi etichette, non solo alle multinazionali dello streaming — nei tavoli dove si prendono le decisioni che riguardano il loro futuro.

La direttiva copyright UE 2019/790 non è perfetta. Nessuna legge lo è, soprattutto quando deve confrontarsi con trasformazioni tecnologiche di questa portata. Ma è una base solida, costruita dopo anni di negoziati, che ha già prodotto risultati concreti in termini di tutela degli artisti. Smontarla oggi, in nome di una flessibilità che avvantaggerebbe principalmente chi ha già tutto il potere contrattuale, sarebbe un errore difficile da correggere. Il futuro della musica — e di chi la crea — merita qualcosa di meglio di un negoziato affrettato sotto pressione tecnologica. Merita norme che funzionino davvero, applicate con rigore, aggiornate con cura. E merita che la voce degli artisti sia al centro di ogni decisione che li riguarda. Per saperne di più sul testo originale della normativa, è possibile consultare l’analisi pubblicata da FIMI, la Federazione Industria Musicale Italiana, che segue da vicino questo dibattito.

Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.

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