Nel settembre 2026, mentre i modelli di intelligenza artificiale generativa sfornano brani musicali completi in pochi secondi, l’Europa si trova di fronte a una domanda scomoda: la direttiva copyright UE 2019, nata per riportare ordine nel caos del digitale, regge ancora l’urto di una rivoluzione tecnologica che nessuno aveva davvero previsto? La risposta, a giudicare dal dibattito sempre più acceso tra istituzioni, artisti e piattaforme, è tutt’altro che rassicurante — e la pressione per una revisione urgente si fa ogni giorno più forte.
Per capire perché oggi si parla di riaprire il dossier, bisogna tornare indietro di qualche anno. La Direttiva 2019/790 sul diritto d’autore e i diritti connessi nel mercato unico digitale fu approvata dal Parlamento Europeo il 15 aprile 2019 e pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea il 17 maggio 2019. Un traguardo storico, almeno sulla carta: per la prima volta l’UE tentava di aggiornare le regole del diritto d’autore all’era dello streaming, dei social media e delle piattaforme digitali di massa.
Ma già al momento del voto, l’aria era tutt’altro che unanime. Italia, Paesi Bassi, Polonia, Lussemburgo, Finlandia e Svezia votarono contro la direttiva; Belgio e Slovenia si astennero. L’Italia, in particolare, espresse riserve su alcuni meccanismi considerati troppo rigidi o potenzialmente dannosi per il mercato editoriale e creativo nazionale. Quella spaccatura politica non era un dettaglio: segnalava che la direttiva nasceva su un terreno già fragile, con interpretazioni divergenti destinate a moltiplicarsi nel momento della trasposizione nazionale.
E così è stato. Ogni Stato membro ha recepito la direttiva a modo proprio, con tempi e sfumature diverse, creando quel patchwork normativo che oggi rende la vita difficile tanto agli artisti quanto alle piattaforme che operano su scala europea. Un brano pubblicato su una piattaforma di streaming, un campionamento usato da un producer, un testo generato da un’intelligenza artificiale addestrata su migliaia di canzoni: a seconda del Paese in cui si trova il server, l’utente o la società, le regole cambiano. E questo, nell’era della musica digitale globale, è un problema enorme.
Quando i negoziatori europei lavoravano al testo finale della direttiva, i modelli di intelligenza artificiale generativa erano ancora una curiosità da laboratorio, non uno strumento alla portata di chiunque abbia uno smartphone. La direttiva affrontava temi cruciali — il diritto degli editori di stampa a una quota dei ricavi delle piattaforme, la responsabilità delle piattaforme per i contenuti caricati dagli utenti, le eccezioni per la ricerca e la didattica — ma non aveva strumenti adeguati per rispondere alla domanda che oggi tiene svegli avvocati e discografici: chi possiede il diritto d’autore su un brano creato da una macchina?
La questione non è astratta. Ogni giorno vengono caricati sulle piattaforme digitali migliaia di brani generati in tutto o in parte da sistemi di AI. Alcuni di questi brani imitano lo stile di artisti celebri in modo talmente convincente da trarre in inganno anche gli ascoltatori più attenti. Altri vengono usati in pubblicità, serie TV, videogiochi — mercati enormi in cui i diritti d’autore valgono cifre considerevoli. La direttiva del 2019 non fornisce una risposta chiara a nessuno di questi scenari, e il vuoto normativo si traduce in contenziosi, incertezza e, in ultima analisi, in un danno concreto per chi della musica ha fatto il proprio mestiere.
Il nodo centrale è quello dell’addestramento dei modelli: per creare un sistema di AI capace di generare musica convincente, le aziende tecnologiche hanno bisogno di enormi quantità di dati — cioè, di musica esistente. Ma quella musica appartiene a qualcuno: compositori, interpreti, case discografiche, editori musicali. La direttiva 2019/790 prevede alcune eccezioni per il text and data mining a fini di ricerca scientifica, ma la loro applicazione al contesto commerciale dell’AI generativa è tutt’altro che pacifica. Chi sostiene che le eccezioni si applichino, chi le nega, e nel mezzo ci sono artisti che vedono il proprio stile replicato senza compenso e aziende che costruiscono prodotti miliardari su fondamenta giuridicamente incerte.
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Il caso più emblematico degli ultimi mesi è quello che ha visto protagonista un tribunale tedesco nell’ambito della controversia tra GEMA — la società tedesca di gestione collettiva dei diritti musicali — e Suno, uno dei più noti generatori musicali basati su intelligenza artificiale. La sentenza ha cercato di fare i conti con la sovrapposizione tra la normativa copyright tradizionale e il nuovo AI Act europeo, il regolamento sull’intelligenza artificiale entrato in vigore nel 2024. Il risultato è stato, almeno per ora, una risposta parziale: il tribunale ha affrontato alcune questioni specifiche, ma ha lasciato aperte le domande più grandi su come le due normative debbano coordinarsi.
Questo caso non è isolato. In tutta Europa, associazioni di gestione collettiva, etichette discografiche indipendenti e singoli artisti stanno esplorando le vie legali disponibili contro piattaforme e sviluppatori di AI che hanno usato le loro opere per addestrare modelli commerciali. Il problema è che, senza una cornice normativa chiara a livello europeo, ogni causa si svolge in un contesto giuridico diverso, con esiti potenzialmente contraddittori. Una sentenza favorevole agli artisti in Germania potrebbe non avere alcun effetto su ciò che accade in Spagna o in Polonia. E nel frattempo, i modelli di AI continuano a girare.
Il panorama normativo frammentato — con la direttiva copyright, l’AI Act e le legislazioni nazionali che si sovrappongono senza coordinarsi pienamente — è oggi uno dei principali ostacoli alla creazione di un vero mercato unico digitale per la musica in Europa. Non è solo un problema per gli avvocati: è un problema per chiunque voglia fare musica, distribuirla, ascoltarla e, soprattutto, essere pagato per averla creata.
La Commissione Europea ha recentemente avviato una consultazione sullo stato di attuazione della direttiva approvata nel 2019, raccogliendo contributi da una vasta platea di stakeholder. Tra i partecipanti figura la FIMI, la Federazione dell’industria musicale italiana, che rappresenta le principali etichette discografiche attive nel nostro Paese. La partecipazione della FIMI alla consultazione segnala quanto il settore musicale italiano senta urgente la necessità di aggiornare le regole del gioco.
In termini generali, le posizioni che emergono dal dibattito europeo si polarizzano su alcune grandi questioni. Da un lato, le organizzazioni che rappresentano i creator — compositori, interpreti, produttori — chiedono che qualsiasi revisione della direttiva garantisca una remunerazione equa e trasparente per l’uso delle opere umane nell’addestramento dei sistemi di AI. Non si tratta di bloccare l’innovazione, precisano, ma di assicurarsi che il valore generato da quella innovazione non venga estratto gratuitamente da chi ha creato le opere di partenza.
Dall’altro lato, le associazioni che tutelano gli interessi dei consumatori — tra cui la voce europea dei consumatori, il Bureau Européen des Unions de Consommateurs — tendono a sottolineare l’importanza di non creare barriere eccessive che finiscano per limitare l’accesso alla cultura o per concentrare il potere nelle mani delle grandi etichette a scapito degli artisti emergenti e indipendenti. La tensione tra questi due fronti non è nuova, ma nell’era dell’AI si fa più acuta: le poste in gioco sono più alte, i tempi più rapidi, e le conseguenze di scelte sbagliate potenzialmente irreversibili.
Le piattaforme di streaming, dal canto loro, navigano in acque agitate. Devono rispettare le normative dei Paesi in cui operano, negoziare con le etichette i termini delle licenze, e al tempo stesso fare i conti con l’esplosione dei contenuti generati da AI che rischiano di saturare i cataloghi e di ridurre la visibilità — e i ricavi — degli artisti umani. Alcune piattaforme hanno già iniziato a introdurre politiche proprie di etichettatura dei contenuti AI, ma in assenza di standard europei condivisi, si tratta di soluzioni parziali e disomogenee.
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Uno degli aspetti più delicati del dibattito riguarda il rapporto tra la direttiva copyright UE 2019 e il nuovo AI Act europeo. Quest’ultimo, entrato progressivamente in vigore, introduce obblighi di trasparenza per i sistemi di AI ad alto rischio e prevede alcune disposizioni specifiche sui dati di addestramento. Ma il coordinamento tra le due normative è tutt’altro che automatico: ci sono zone grigie, interpretazioni divergenti e, soprattutto, un’architettura giuridica che non era stata pensata per funzionare in modo integrato.
Il caso GEMA vs Suno, citato in precedenza, è emblematico proprio di questa difficoltà: il tribunale tedesco si è trovato a dover interpretare contemporaneamente la direttiva copyright e l’AI Act, cercando una coerenza che il legislatore europeo non aveva esplicitamente costruito. Il risultato è una giurisprudenza in formazione, instabile e difficile da applicare in modo uniforme. Per gli artisti e le etichette, questo significa incertezza; per le aziende tecnologiche, significa rischio; per il mercato musicale europeo nel suo complesso, significa un freno agli investimenti e all’innovazione responsabile.
Molti esperti di diritto europeo sottolineano che la soluzione non può essere affidata solo ai tribunali. Servono norme chiare, aggiornate, che affrontino esplicitamente il tema dell’AI generativa nel contesto della creazione musicale. E questo significa, inevitabilmente, mettere mano alla direttiva del 2019 — o affiancarle strumenti normativi specifici che colmino le lacune più evidenti.
La domanda che tutti si pongono è: quando? La Commissione Europea ha avviato la consultazione, ha raccolto i contributi degli stakeholder, e ora deve decidere se e come procedere. I tempi del processo legislativo europeo non sono mai brevi: dalla proposta della Commissione all’approvazione finale del Parlamento e del Consiglio possono passare anni. E nel frattempo, la tecnologia continua a correre.
Uno scenario possibile è quello di una revisione mirata della direttiva, che non la riscriva da capo ma intervenga chirurgicamente sui punti più critici: le eccezioni per il text and data mining, la definizione di autore nel contesto dell’AI, i meccanismi di remunerazione per gli artisti il cui lavoro viene usato nell’addestramento dei modelli. Un altro scenario è quello di un regolamento specifico sull’AI e la creatività, che si affianchi alla direttiva senza modificarla formalmente ma ne integri le disposizioni con norme più aggiornate.
Qualunque sia la strada scelta, il processo dovrà fare i conti con le stesse tensioni politiche che avevano segnato il voto del 2019: Paesi con tradizioni giuridiche diverse, interessi economici divergenti, e una tecnologia che evolve più in fretta di qualsiasi calendario legislativo. La consultazione in corso è un segnale positivo — significa che le istituzioni europee hanno preso atto del problema — ma tra riconoscere un problema e risolverlo c’è un percorso lungo e accidentato.
Per chi ama la musica e per chi la fa, la posta in gioco non potrebbe essere più alta. Si tratta di decidere chi avrà il controllo creativo ed economico sulla musica del futuro: se gli artisti umani, con le loro storie e le loro emozioni, o i sistemi automatizzati che li imitano senza capirli. L’Europa ha la possibilità di scegliere, ma la finestra non resterà aperta per sempre. Puoi approfondire il quadro normativo di riferimento sul sito del Dipartimento per le Politiche Europee, dove è documentata l’approvazione della direttiva e il contesto del voto del 2019.
La musica ha sempre saputo sopravvivere alle rivoluzioni tecnologiche — dal grammofono allo streaming — uscendone trasformata ma viva. Questa volta, però, la posta è diversa: non si tratta solo di come distribuiamo la musica, ma di chi ha il diritto di crearla e di essere riconosciuto per averlo fatto. E su questo, l’Europa non può permettersi di arrivare in ritardo.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.
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