C’è una domanda che negli ultimi anni ha cominciato ad aleggiare su ogni festival musicale che si rispetti: fin dove può spingersi l’intelligenza artificiale prima di togliere la parola — e la nota — agli esseri umani? Sanremo 2027 ha scelto di rispondere in modo netto, pubblicando un regolamento che mette paletti chiari all’uso della IA generativa nella creazione dei brani in gara. Il dibattito su Sanremo, IA e musica generativa è ormai aperto, e riguarda molto più di un semplice festival: tocca il cuore stesso di cosa significhi fare musica oggi.
Nel settembre 2026, RAI ha pubblicato il bando ufficiale per il 77° Festival della Canzone Italiana, in programma al Teatro Ariston di Sanremo dal 16 al 20 febbraio 2027. Tra le clausole che hanno immediatamente attirato l’attenzione di addetti ai lavori, appassionati e media specializzati, ce n’è una dedicata espressamente all’intelligenza artificiale generativa. Il principio di fondo è semplice quanto dirompente: le canzoni devono essere espressione della creatività umana.
Non si tratta di un divieto assoluto e totalizzante nei confronti di qualsiasi tecnologia digitale — sarebbe anacronistico in un’epoca in cui anche il più artigianale dei produttori utilizza software di registrazione e plugin avanzati. La linea di demarcazione tracciata da RAI è più sottile e, per certi versi, più interessante: l’IA generativa è vietata quando sostituisce o altera il contributo creativo di chi scrive, compone ed esegue il brano. In altre parole, il discriminante non è lo strumento usato, ma chi — o cosa — tiene davvero le redini della creazione artistica.
Questo approccio riflette una consapevolezza matura: la tecnologia è parte integrante della musica moderna, e demonizzarla in blocco sarebbe controproducente. Ciò che Sanremo vuole proteggere è la prevalenza del contributo umano — la scintilla, l’intenzione, la vulnerabilità che rendono una canzone capace di emozionare. Se quella scintilla è delegata a un algoritmo, il brano non può salire sul palco dell’Ariston.
La domanda che molti si pongono, legittimamente, è: come si misura la prevalenza del contributo umano? È una questione filosofica prima ancora che tecnica, e non ha una risposta univoca. Un cantautore che usa un software di AI per generare una progressione armonica di partenza, la rielabora completamente, ci scrive sopra testo e melodia, la arrangia e la interpreta — sta facendo musica umana o musica artificiale?
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Il regolamento di Sanremo 2027 non entra nel dettaglio di ogni scenario possibile, e probabilmente non potrebbe farlo senza diventare un documento enciclopedico. Quel che fa è stabilire un principio guida: il processo creativo deve restare nelle mani di chi scrive, compone e performa. L’IA può essere uno strumento ausiliario — come un vocoder, un campionatore o un equalizzatore — ma non può essere il compositore, il paroliere o l’interprete de facto. È una distinzione importante, che rimanda alla tradizione stessa del festival: Sanremo ha sempre valorizzato la canzone come atto di comunicazione personale, quasi confessionale, tra un artista e il suo pubblico.
In questo senso, il veto non è una presa di posizione luddista contro la tecnologia. È, piuttosto, una dichiarazione di intenti su cosa il festival voglia essere: uno spazio in cui la vulnerabilità umana, con tutte le sue imperfezioni e le sue emozioni, rimane al centro.
Per capire perché una norma del genere sia diventata necessaria — e urgente — basta guardare a quello che sta accadendo sulle grandi piattaforme musicali. I numeri sono, a dir poco, sconcertanti. Su Deezer, la musica generata da IA supera ormai il 50% dei nuovi caricamenti giornalieri, eppure raccoglie appena l’1–3% degli ascolti reali; l’85% dei relativi stream è stimato come fraudolento. Spotify, dal canto suo, ha rimosso 75 milioni di tracce spam nel corso di dodici mesi, con il 93% dei brani generati da IA che non viene quasi mai ascoltato da nessuno.
Questi dati dipingono uno scenario in cui la musica artificiale non sta conquistando il cuore degli ascoltatori — ma sta saturando gli ecosistemi digitali, creando rumore di fondo e distorcendo i meccanismi di distribuzione e remunerazione. Il problema non è estetico: è economico e strutturale. Uno studio della CISAC stima che entro il 2028 fino al 24% dei ricavi dei creatori musicali potrebbe svanire, per una perdita complessiva di circa 10 miliardi di euro in cinque anni. Una cifra che fa capire perché l’industria — e non solo i festival — stia iniziando a reagire.
La mossa di RAI non arriva nel vuoto. In tutto il mondo, l’industria musicale sta cercando di capire come regolamentare l’uso dell’intelligenza artificiale senza soffocare l’innovazione. La questione è complessa perché l’IA generativa non è un fenomeno monolitico: esistono strumenti che aiutano i musicisti a esplorare nuove sonorità, altri che producono brani interi in pochi secondi senza alcun intervento umano significativo.
Diversi concorsi e festival internazionali stanno iniziando a interrogarsi sulle stesse questioni che Sanremo ha già affrontato con una norma scritta. La tendenza generale — almeno nei contesti che valorizzano la composizione originale — sembra andare nella direzione di richiedere una dichiarazione esplicita sull’utilizzo degli strumenti di IA, lasciando poi ai giurati o ai comitati di selezione il compito di valutare caso per caso. Sanremo 2027, inserendo il principio direttamente nel regolamento ufficiale, fa un passo in più: trasforma una questione etica in una norma vincolante.
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Per i musicisti italiani, questo crea sia un obbligo che un’opportunità. L’obbligo è quello di essere trasparenti sul proprio processo creativo, di documentare — almeno internamente — come e quanto l’IA abbia eventualmente partecipato alla genesi di un brano. L’opportunità è quella di distinguersi in un panorama sempre più affollato di contenuti artificiali, rivendicando con orgoglio la propria umanità artistica come valore aggiunto.
La reazione del mondo musicale alla norma di Sanremo 2027 è stata, prevedibilmente, variegata. Da un lato, molti autori e compositori hanno accolto con favore una presa di posizione che sentivano necessaria: in un momento in cui i loro redditi sono sotto pressione e le loro opere rischiano di essere replicate e diluite da algoritmi, avere un palcoscenico importante che afferma il primato della creatività umana è un segnale importante.
Dall’altro lato, alcuni produttori e sperimentatori sonori hanno sollevato dubbi legittimi. Chi lavora con strumenti ibridi — usando l’IA come una sorta di collaboratore creativo, non come un sostituto — si trova in una zona grigia che il regolamento non risolve completamente. La preoccupazione è che una norma formulata in modo troppo ampio possa colpire anche chi usa la tecnologia in modo artisticamente responsabile, creando incertezza e scoraggiando la partecipazione di artisti innovativi.
È una tensione reale, e probabilmente destinata a crescere man mano che gli strumenti di IA diventano più sofisticati e pervasivi. La sfida per Sanremo — e per tutti i festival che seguiranno la sua strada — sarà quella di mantenere il principio senza trasformarlo in una burocrazia paralizzante, trovando modalità di verifica che siano praticabili senza essere invasive.
Con il festival fissato per il 16–20 febbraio 2027, le prossime settimane saranno decisive. La fase di selezione dei brani in gara è già in corso, e sarà interessante osservare come la commissione valuterà le candidature alla luce della nuova norma sull’IA. Ci sarà un questionario da compilare? Una dichiarazione formale da parte degli artisti? Una verifica tecnica sui file audio? Sono dettagli che RAI dovrà chiarire, e che l’industria attende con attenzione.
Quel che è già chiaro, però, è il messaggio di fondo: Sanremo sceglie di essere un presidio della canzone come atto umano, in un momento in cui questa scelta non è affatto scontata. In un panorama musicale sempre più attraversato da algoritmi, playlist automatizzate e contenuti generati in serie, c’è qualcosa di profondamente rassicurante nell’idea che il palco dell’Ariston continui a essere riservato a chi ha qualcosa di proprio — di vero, di personale — da dire.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.
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