Lo streaming vale 37 miliardi: ma chi intasca davvero quei soldi?
Il settore musicale globale ha appena toccato un traguardo che fino a pochi anni fa sembrava fantascienza: nel 2026 i ricavi dello streaming hanno raggiunto la cifra record di 37 miliardi di euro, confermando che la musica digitale è ormai il motore principale dell’intera industria discografica. Eppure, mentre i comunicati stampa celebrano i numeri, milioni di artisti si chiedono perché i loro conti correnti raccontino una storia completamente diversa. La questione della concentrazione ricavi streaming musicale è diventata uno dei dibattiti più accesi tra musicisti, addetti ai lavori e appassionati: i soldi ci sono, ma dove finiscono esattamente?
Per rispondere davvero a questa domanda bisogna andare oltre i titoli trionfalistici e guardare con onestà sia i dati che abbiamo, sia le contraddizioni che emergono quando si scava un po’ più a fondo. Il quadro che emerge è più sfumato — e per certi versi più inquietante — di quanto le cifre record facciano pensare.
37 miliardi di euro: il boom che cambia tutto (o quasi)
Partiamo dai fatti verificati. Secondo quanto riportato da La Repubblica nel suo approfondimento sull’economia musicale del 2026, lo streaming ha trainato la crescita dei ricavi dell’industria musicale fino a livelli mai visti prima. Trentasette miliardi di euro è una cifra che fa girare la testa: per dare un’idea, è più del PIL di molte nazioni europee di medie dimensioni.
Questo risultato arriva dopo anni di trasformazione radicale del modo in cui consumiamo musica. Dai CD fisici alle piattaforme digitali, il percorso è stato tutt’altro che lineare: prima il crollo delle vendite causato dalla pirateria, poi l’avvento del download legale, infine l’affermazione definitiva dello streaming come modello dominante. Oggi quasi tutta la musica che ascoltiamo — in cuffia sul treno, in macchina, in palestra — passa attraverso piattaforme che aggregano miliardi di stream al giorno.
La domanda, però, non è se i soldi ci siano. È come vengono distribuiti.
La concentrazione ricavi streaming musicale: cosa dicono i dati italiani
Qui il discorso si fa interessante, e anche un po’ sorprendente. Il documento presentato dalla FIMI (Federazione Industria Musicale Italiana) al Senato della Repubblica italiana offre un dato che merita di essere letto con attenzione: in Italia, i primi dieci artisti per streaming audio rappresentano soltanto l’1,5% del mercato totale dello streaming audio. Tradotto: la fetta di mercato controllata dai nomi più ascoltati è, in termini percentuali, relativamente contenuta.
Questo dato sembra andare in direzione opposta rispetto alla narrativa della “concentrazione estrema”. E in effetti la FIMI sostiene che lo streaming abbia democratizzato il mercato rispetto all’era del CD, permettendo a più artisti di prosperare. Non è una posizione priva di fondamento: negli anni del vinile e del compact disc, la distribuzione fisica imponeva barriere enormi. Servivano un contratto con una major, una rete di distribuzione capillare, spazio sugli scaffali dei negozi. Chi non aveva questi accessi era praticamente invisibile al grande pubblico.
Con lo streaming, invece, un artista indipendente di Palermo o di Bolzano può caricare la propria musica su Spotify, Apple Music o Bandcamp e raggiungere potenzialmente ascoltatori in tutto il mondo. Questo è reale, e sarebbe disonesto negarlo.
Ma “più artisti” non significa “artisti che ci campano”
Eppure la storia non finisce qui. Che ci siano più artisti presenti sulle piattaforme è un dato oggettivo; che questi artisti riescano a costruire una carriera sostenibile grazie ai soli ricavi dello streaming è tutt’altra questione. E su questo punto il dibattito è aperto, vivace, e spesso doloroso per chi lo vive sulla propria pelle.
Il meccanismo di remunerazione delle piattaforme di streaming si basa tipicamente su un modello “pro-rata”: i ricavi totali vengono divisi in proporzione al numero di stream. Chi accumula miliardi di ascolti prende una fetta enorme della torta; chi ne accumula qualche migliaio prende briciole. Non è una questione di ingiustizia intenzionale, ma di matematica applicata a un sistema in cui le differenze di popolarità sono enormi.
Per capire l’entità del problema, basta fare un calcolo approssimativo. Le tariffe di royalty per stream variano da piattaforma a piattaforma e dipendono da molti fattori (paese dell’ascoltatore, tipo di abbonamento, accordi contrattuali), ma si aggirano generalmente in un range di frazioni di centesimo per singolo ascolto. Questo significa che per guadagnare anche solo l’equivalente di uno stipendio minimo mensile da soli stream, un artista dovrebbe accumulare centinaia di migliaia — se non milioni — di ascolti ogni mese, in modo costante. Un traguardo alla portata di pochi.
La concentrazione ricavi streaming musicale, quindi, non va misurata soltanto guardando quanti artisti sono presenti sulle piattaforme, ma chiedendosi quanti di questi riescono effettivamente a vivere della propria musica. E su questo fronte, le testimonianze di musicisti di fascia media — quelli con decine di migliaia di ascoltatori mensili, non milioni — raccontano spesso di ricavi dallo streaming che coprono a malapena le spese di produzione di un singolo.
La “classe media” musicale: un concetto che vale la pena difendere
Esiste un termine che negli ultimi anni è entrato nel vocabolario dell’industria musicale anglofona: “middle class artist”, l’artista di fascia media. Non è una superstar con milioni di follower, ma non è nemmeno un esordiente che suona per passione nel garage di casa. È il musicista che ha costruito un pubblico fedele, che riempie club da duecento o cinquecento persone, che pubblica album ogni due o tre anni, che vive della propria musica — o almeno ci prova.
Nell’era del vinile e del CD, questa fascia aveva senso economico. Un album che vendeva qualche decina di migliaia di copie generava entrate sufficienti a sostenere una carriera. Lo stesso album, oggi, tradotto in stream equivalenti, potrebbe generare ricavi molto più bassi. Non perché la musica valga meno, ma perché il prezzo unitario per ascolto si è ridotto drasticamente rispetto al prezzo di un disco fisico.
Questo non significa che lo streaming sia il nemico. Significa che il modello economico attuale crea tensioni strutturali per chi non è né una superstar né un hobby-artista. E la concentrazione ricavi streaming musicale si manifesta proprio in questa zona grigia: non tanto al vertice assoluto (dove i numeri sono comunque distribuiti su molti artisti di successo), quanto nel divario crescente tra chi supera una certa soglia di popolarità e chi rimane appena sotto.
Il ruolo delle major e degli algoritmi nella distribuzione dell’attenzione
Un altro elemento che alimenta la concentrazione è il funzionamento degli algoritmi delle piattaforme. Spotify, Apple Music, Amazon Music e le altre non sono semplici archivi neutrali: sono sistemi che attivamente promuovono certi contenuti rispetto ad altri, attraverso playlist editoriali, sezioni “consigliati per te”, e meccanismi di amplificazione che tendono a premiare chi è già popolare.
Questo fenomeno — spesso descritto come “il ricco diventa più ricco” — non è esclusivo della musica, ma in un settore dove la visibilità è tutto, ha effetti particolarmente marcati. Un artista che entra in una playlist curata editorialmente da Spotify può vedere i propri ascolti moltiplicarsi in pochi giorni; uno che non ci entra può restare nell’ombra per anni, indipendentemente dalla qualità della sua musica.
Le major discografiche, che hanno storicamente rapporti privilegiati con le piattaforme e risorse per investire in promozione digitale, tendono a beneficiare di questi meccanismi in modo sproporzionato rispetto alle etichette indipendenti. Non si tratta di una cospirazione, ma di un vantaggio strutturale che si autoalimenta: più visibilità genera più stream, che generano più ricavi, che finanziano più promozione, che generano ancora più visibilità.
Streaming e live music: due economie sempre più separate
C’è un altro aspetto che spesso viene trascurato nel dibattito sulla concentrazione ricavi streaming musicale: il rapporto tra ricavi digitali e ricavi dai concerti. Per molti artisti — specialmente quelli di fascia media — i live show restano la fonte di guadagno principale. Lo streaming funziona soprattutto come strumento di marketing: aumenta la visibilità, porta nuovi fan, e alla fine si traduce in biglietti venduti.
Questo modello ha una sua logica, ma presenta anche dei rischi. Significa che la sostenibilità economica di un artista dipende in misura crescente dalla capacità di fare tour, con tutti i costi (fisici, economici, personali) che questo comporta. Chi non può permettersi di girare l’Italia o l’Europa per mesi all’anno — per ragioni di salute, famiglia, risorse — si trova in una posizione di svantaggio strutturale, indipendentemente dalla qualità della propria musica.
Significa anche che in periodi di crisi — come quello vissuto durante la pandemia, quando i live si sono fermati completamente — gli artisti che dipendono dai concerti si trovano senza rete di sicurezza. Lo streaming, da solo, non basta a coprire il vuoto.
Diversità culturale e sostenibilità: le domande che dobbiamo farci
Al di là dei numeri, c’è una domanda più profonda che emerge da questo scenario: cosa succede alla diversità culturale se il mercato musicale premia sempre di più chi è già popolare e rende sempre più difficile costruire una carriera sostenibile per chi non raggiunge certe soglie di visibilità?
La musica non è un settore come gli altri. È un vettore di identità culturale, di memoria collettiva, di sperimentazione artistica. I generi di nicchia, i dialetti musicali regionali, le fusioni insolite, le voci fuori dal coro — tutto questo ha storicamente trovato spazio grazie a ecosistemi economici che permettevano a piccoli e medi artisti di sopravvivere. Se questo spazio si restringe, il rischio non è solo economico: è culturale.
Non si tratta di essere nostalgici del passato o di demonizzare le piattaforme digitali, che hanno indubbiamente aperto porte prima chiuse. Si tratta di riconoscere che un sistema in cui i ricavi sono fortemente concentrati — anche se non nella misura estrema che a volte si legge — tende a produrre una certa omologazione del suono e delle storie raccontate dalla musica.
Cosa si può fare: proposte e dibattiti in corso
Il dibattito su come riformare il sistema di distribuzione dei ricavi dello streaming è già in corso in molti paesi, e l’Italia non fa eccezione. Alcune delle proposte più discusse riguardano il passaggio da un modello “pro-rata” a un modello “user-centric”, in cui i ricavi dell’abbonamento di ciascun utente vengono distribuiti tra gli artisti che quell’utente ha effettivamente ascoltato, indipendentemente dalla loro popolarità globale. Questo sistema tenderebbe a favorire gli artisti di nicchia con fan molto fedeli rispetto ai colossi dello streaming passivo.
Altre proposte riguardano l’introduzione di soglie minime di remunerazione, la maggiore trasparenza nei contratti tra artisti e etichette, e politiche pubbliche di sostegno alla produzione musicale indipendente. In Italia, il documento FIMI presentato al Senato testimonia che il tema è arrivato nelle sedi istituzionali: un segnale che qualcosa si sta muovendo, anche se i tempi della politica sono spesso più lenti di quelli del mercato.
Una festa grande, ma non per tutti allo stesso modo
Tornando al punto di partenza: 37 miliardi di euro di ricavi dallo streaming sono una notizia straordinaria per l’industria musicale globale. Sarebbe sbagliato minimizzarla o ignorarla. Ma sarebbe altrettanto sbagliato usarla per concludere che tutto va bene e che il mercato funziona in modo equo per tutti.
La realtà è che la concentrazione ricavi streaming musicale è un fenomeno reale, complesso e sfumato, che non si lascia ridurre a slogan semplici — né a quelli catastrofici (“lo streaming uccide la musica”) né a quelli trionfalistici (“lo streaming ha liberato tutti gli artisti”). I dati italiani suggeriscono che la concentrazione al vertice assoluto è meno estrema di quanto si pensi; ma le difficoltà strutturali per chi si trova nella fascia media del mercato sono altrettanto reali.
Per chi ama la musica davvero — non solo le hit del momento, ma la varietà, la sperimentazione, le voci nuove e quelle di nicchia — questa è una questione che vale la pena seguire, capire e, quando possibile, influenzare con le proprie scelte di ascolto. Perché ogni stream, alla fine, è anche un voto su che tipo di ecosistema musicale vogliamo costruire.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.








