Se hai mai caricato un video su YouTube con la tua canzone preferita in sottofondo e te lo sei visto bloccare nel giro di pochi minuti, hai già incontrato — senza saperlo — l’onda lunga della direttiva copyright UE 2019/790. Quella normativa, approvata dal Parlamento europeo il 26 marzo 2019 con 348 voti favorevoli, 274 contrari e 36 astensioni, ha cambiato in modo profondo il modo in cui la musica — e non solo — circola sul web europeo. Oggi, a distanza di qualche anno dalla sua entrata in vigore, il dibattito non riguarda più solo i diritti degli artisti contro i colossi del web: si è allargato fino a toccare una questione che nel 2019 sembrava fantascienza, ovvero cosa succede quando a usare le canzoni non è un utente in carne e ossa, ma un algoritmo di intelligenza artificiale generativa.
Una direttiva nata per riequilibrare i rapporti di forza nel digitale
Per capire perché si parla di riaprire questa normativa, bisogna prima capire cosa ha fatto di concreto. La direttiva (UE) 2019/790, pubblicata in Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea il 17 maggio 2019, nasce con un obiettivo preciso: adattare il diritto d’autore alla realtà del mercato unico digitale, che nel frattempo era diventato un ecosistema dominato da poche grandi piattaforme capaci di monetizzare contenuti creativi su scala miliardaria, spesso senza riconoscere ai creatori una quota equa dei guadagni.
Prima di questa direttiva, la situazione era paradossale. Un musicista indipendente che caricava i propri brani su una piattaforma di streaming o di video-sharing si trovava in una posizione debolissima: la piattaforma si nascondeva dietro il principio del safe harbour, ovvero la protezione dalla responsabilità per i contenuti caricati dagli utenti, e il musicista doveva inseguire singolarmente ogni violazione. La direttiva ha cambiato questa logica, rendendo le piattaforme più direttamente responsabili dei contenuti che ospitano e, soprattutto, obbligandole a negoziare accordi di licenza con i titolari dei diritti.
Le nuove norme consentono a creatori ed editori di notizie di negoziare con i giganti del web su basi molto più solide di prima. Per il mondo musicale, questo ha significato accordi più strutturati con piattaforme come YouTube, Spotify e simili, e una maggiore capacità delle collecting societies — le società di gestione collettiva dei diritti, come la SIAE in Italia — di rappresentare gli interessi degli artisti in modo efficace.
Gli articoli che hanno fatto tremare internet
Dentro la direttiva ci sono due articoli che hanno fatto più rumore di tutti gli altri messi insieme, e che ancora oggi sono al centro del dibattito sulla sua eventuale revisione.
Il primo è l’articolo 15, che introduce il cosiddetto diritto connesso degli editori di stampa: permette agli editori di richiedere una remunerazione quando le piattaforme digitali riprendono estratti dei loro articoli. Nel mondo musicale, il principio analogo si applica agli editori musicali, che ottengono strumenti più forti per far valere i propri diritti quando i contenuti vengono aggregati o riprodotti online.
Il secondo, e forse il più controverso, è l’articolo 17 — già noto come “articolo 13” nella versione precedente della proposta. Questo articolo stabilisce che le piattaforme di condivisione di contenuti online sono direttamente responsabili delle violazioni del copyright commesse dagli utenti, a meno che non dimostrino di aver fatto tutto il possibile per prevenirle: ottenere licenze, rimuovere i contenuti segnalati, e impedire che vengano ricaricati. In pratica, questo ha spinto le piattaforme a potenziare i sistemi di content ID e di filtraggio automatico dei contenuti, con effetti che si sentono ancora oggi ogni volta che un video viene rimosso o monetizzato automaticamente da chi detiene i diritti.
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Questi meccanismi, per quanto imperfetti, hanno dato agli artisti e alle label un potere contrattuale che prima non avevano. Ma hanno anche generato effetti collaterali: falsi positivi, rimozioni ingiustificate, difficoltà per i creator indipendenti che usano campioni musicali o citazioni sonore in modo creativo. Il sistema funziona, ma non funziona bene per tutti.
Il buco nero dell’intelligenza artificiale generativa
Eccoci al cuore del problema attuale. Quando la direttiva copyright UE 2019/790 è stata scritta e approvata, i modelli di intelligenza artificiale generativa capaci di comporre musica originale, imitare la voce di un artista o produrre testi di canzoni erano, nella migliore delle ipotesi, oggetti di ricerca accademica. Nessuno poteva immaginare che nel giro di pochi anni sarebbero stati accessibili a chiunque tramite un’app sul telefono.
Oggi la situazione è radicalmente diversa. Esistono strumenti in grado di generare musica partendo da un semplice testo descrittivo, di clonare la voce di un cantante famoso con pochi secondi di campione audio, di comporre brani “nello stile di” un artista specifico con risultati sempre più convincenti. E tutto questo avviene grazie a modelli addestrati su enormi quantità di dati — tra cui, quasi certamente, moltissima musica protetta da copyright.
La direttiva del 2019 contiene alcune disposizioni sul text and data mining, ovvero l’estrazione automatica di informazioni da grandi insiemi di dati. In particolare, l’articolo 4 prevede un’eccezione al diritto d’autore per il text and data mining a fini commerciali, ma con la possibilità per i titolari dei diritti di escludersi (opt-out) tramite una riserva espressa. Il problema è che questa disposizione è stata pensata per scenari molto diversi dall’addestramento di modelli di IA generativa su scala planetaria. La distinzione tra “estrarre informazioni” e “imparare a riprodurre uno stile musicale” è sottile, ma enormemente rilevante dal punto di vista dei diritti.
Chi difende gli artisti sostiene che usare milioni di brani per addestrare un modello che poi genera musica concorrente è una violazione del diritto d’autore che la direttiva attuale non copre adeguatamente. Chi sviluppa questi modelli risponde che il processo di addestramento è più simile all’ascolto umano che alla riproduzione, e che le eccezioni esistenti sono sufficienti. Il dibattito è aperto, le posizioni sono inconciliabili, e la norma attuale non offre una risposta chiara.
Il dibattito sulla revisione: chi vuole cosa
La Commissione europea ha avviato una consultazione per valutare lo stato di applicazione della direttiva e raccogliere le posizioni degli stakeholder. È un passaggio formale nel processo di monitoraggio delle direttive europee, ma in questo caso ha assunto un peso politico particolare, perché ha aperto ufficialmente la porta a una possibile revisione normativa.
Le posizioni in campo sono molto diverse tra loro, e capirle aiuta a orientarsi nel dibattito.
Le società di gestione collettiva dei diritti — le collecting societies come SIAE, GESAC e le loro omologhe europee — chiedono in modo compatto un rafforzamento delle tutele. Per loro, il nodo centrale è la trasparenza: vogliono sapere quali opere sono state usate per addestrare i modelli di IA, vogliono che questo uso sia soggetto a licenza, e vogliono che gli artisti ricevano una remunerazione equa anche quando la loro musica viene usata “indirettamente” per generare nuovi contenuti. Alcune di queste organizzazioni spingono per un sistema di licenze obbligatorie che garantisca una distribuzione automatica dei compensi, simile a quello già esistente per la radio e la televisione.
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Le grandi piattaforme tecnologiche e le aziende che sviluppano modelli di IA generativa adottano posizioni più sfumate, ma generalmente resistono all’idea di dover licenziare ogni singolo brano usato nel training. Sostengono che un regime di questo tipo renderebbe impossibile lo sviluppo dell’IA in Europa, spostando l’innovazione verso giurisdizioni con normative più permissive. Propongono invece soluzioni basate su accordi volontari, sistemi di opt-out più chiari, o fondi di compensazione gestiti collettivamente.
Gli artisti, come spesso accade, non parlano con una voce sola. I grandi nomi dell’industria, quelli con contratti discografici importanti e team legali dedicati, tendono ad allinearsi con le posizioni delle label e delle collecting societies. Ma una parte significativa dei creator indipendenti guarda all’IA generativa anche come a uno strumento, non solo come a una minaccia: vogliono poterla usare nel loro processo creativo senza incorrere in violazioni, e temono che una normativa troppo restrittiva finisca per penalizzare chi non ha le risorse per navigare un sistema di licenze complesso.
Riaprire la direttiva: un’impresa legislativa tutt’altro che semplice
Modificare una direttiva europea non è come aggiornare un’app sul telefono. Il processo legislativo comunitario è lungo, complesso, e soggetto a pressioni politiche enormi. Una revisione della direttiva copyright UE 2019/790 richiederebbe una proposta formale della Commissione, un iter parlamentare con emendamenti e negoziati tra le istituzioni, e infine il recepimento da parte di tutti gli Stati membri — ciascuno con le proprie sensibilità nazionali e i propri interessi da tutelare.
C’è anche un rischio politico concreto: riaprire la direttiva significa rimettere in discussione anche le conquiste già ottenute. L’articolo 17, che ha dato agli artisti un potere contrattuale molto maggiore nei confronti delle piattaforme, è il risultato di anni di battaglie. Riportarlo al tavolo delle trattative potrebbe significare indebolirlo, se le piattaforme riuscissero a ottenere concessioni in cambio di nuove regole sull’IA.
Eppure il laissez-faire non è un’opzione sostenibile. Ogni mese che passa senza regole chiare è un mese in cui i modelli di IA vengono addestrati su musica protetta senza che nessuno paghi nulla, in cui artisti vedono la propria voce clonata senza consenso, in cui il valore economico della creatività umana viene estratto e redistribuito senza che i creatori ne vedano un centesimo.
Cosa può fare chi ama la musica
Per chi ha la musica nel cuore — che sia un ascoltatore appassionato, un musicista indipendente o un semplice fan — questa vicenda non è una questione burocratica lontana. Riguarda direttamente la sopravvivenza economica degli artisti che amiamo, la qualità dell’ecosistema musicale che vogliamo continuare ad avere, e la possibilità che la creatività umana resti al centro della scena anche nell’era dell’intelligenza artificiale.
Seguire il dibattito, informarsi, sostenere le organizzazioni che rappresentano gli artisti nelle sedi istituzionali: sono azioni concrete che chiunque può fare. Per chi vuole approfondire il testo originale della normativa e i suoi sviluppi ufficiali, il punto di partenza migliore è sempre il testo integrale della direttiva pubblicato su EUR-Lex, il portale ufficiale del diritto dell’Unione europea.
La musica è una delle forme di espressione umana più potenti che esistano. Garantire che chi la crea possa continuare a farlo in modo sostenibile, nell’era digitale e in quella dell’IA, non è solo una questione legale: è una scelta culturale che l’Europa è chiamata a fare, e il tempo per farla bene si sta assottigliando.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.








