Se sei appassionato di musica e ti è mai capitato di chiederti chi guadagna davvero quando ascolti un brano su una piattaforma streaming, o cosa succede quando un’intelligenza artificiale compone una canzone usando migliaia di brani esistenti senza chiedere il permesso a nessuno, allora la direttiva copyright UE ti riguarda molto più di quanto pensi. Approvata nel 2019 con l’obiettivo di modernizzare le regole sul diritto d’autore nell’era digitale, questa normativa si trova oggi a fare i conti con una realtà tecnologica che ha cambiato passo a una velocità che nessun legislatore avrebbe potuto prevedere con precisione.
La Direttiva 2019/790 — nota anche come Direttiva sul diritto d’autore nel mercato unico digitale — è il testo normativo europeo che ha cercato di aggiornare un sistema di regole rimasto sostanzialmente invariato dall’inizio degli anni Duemila. La Commissione europea aveva presentato la proposta già il 14 settembre 2016, dopo anni di pressioni da parte dell’industria musicale, degli editori e delle associazioni di autori, tutti concordi nel ritenere che le piattaforme digitali stessero beneficiando di un vuoto normativo a danno dei creatori.
Il percorso legislativo fu lungo, accidentato e politicamente carico di tensioni. Il testo definitivo fu approvato dal Consiglio dell’UE il 15 aprile 2019 e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea il 17 maggio 2019. Non fu però un voto unanime: Italia, Paesi Bassi, Polonia, Lussemburgo, Finlandia e Svezia votarono contro, mentre Belgio e Slovenia si astennero. Un segnale che già allora il testo divideva, e che le preoccupazioni sollevate da alcuni stati membri non erano campate in aria.
Ma perché tanta resistenza? Le ragioni erano diverse a seconda del paese. Chi temeva un eccessivo potere degli editori tradizionali, chi era preoccupato per la libertà di espressione online, chi riteneva che alcune disposizioni fossero tecnicamente inattuabili. Sette anni dopo, molte di quelle preoccupazioni si sono rivelate fondate — e nel frattempo ne sono emerse di nuove, legate soprattutto all’esplosione dell’intelligenza artificiale generativa.
Il cuore più controverso della direttiva è l’Articolo 17 (già Articolo 13 nella versione originale della proposta), che riguarda direttamente le grandi piattaforme di condivisione di contenuti. In sostanza, stabilisce che piattaforme come YouTube, TikTok o qualsiasi altro servizio che ospiti contenuti caricati dagli utenti siano responsabili di garantire che quei contenuti non violino il diritto d’autore — salvo che non abbiano ottenuto una licenza o non dimostrino di aver fatto tutto il possibile per prevenire le violazioni.
In pratica, questo ha spinto le piattaforme a implementare sistemi automatici di riconoscimento dei contenuti, i cosiddetti upload filters. Il problema è che questi filtri sono tutt’altro che infallibili. Chi produce contenuti creativi — dai musicisti indipendenti ai video creator che usano musica di sottofondo — sa bene quanto sia frustrante ricevere una segnalazione automatica su un brano di cui si possiede regolare licenza, o su un campionamento che rientra pienamente nelle eccezioni previste dalla legge, come la parodia o la citazione a scopo critico.
La direttiva prevede espressamente che gli stati membri garantiscano eccezioni per utilizzi a scopo di citazione, critica, rassegna, caricatura, parodia o pastiche. Ma tradurre queste eccezioni in algoritmi capaci di riconoscerle è un’impresa che nessuna tecnologia attuale sa compiere con affidabilità. Il risultato è che nella pratica quotidiana le eccezioni esistono sulla carta ma vengono sistematicamente ignorate dai sistemi automatizzati, creando una situazione paradossale: la norma tutela i creatori ma i meccanismi di enforcement li penalizzano.
Quando la Commissione europea lavorava alla proposta di direttiva nel 2016, l’intelligenza artificiale generativa applicata alla musica era poco più di un esperimento accademico. Oggi, nel 2026, è una realtà commerciale consolidata: esistono strumenti che generano brani completi in pochi secondi, imitano lo stile di artisti specifici, clonano voci umane con una fedeltà impressionante, e producono colonne sonore su richiesta per qualsiasi tipo di contenuto audiovisivo.
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Tutto questo solleva domande a cui la direttiva copyright UE del 2019 non dà risposta, semplicemente perché il problema non era ancora visibile. Chi possiede i diritti su un brano generato da un’IA? Se un modello di IA è stato addestrato su milioni di canzoni protette da copyright senza che i titolari dei diritti abbiano dato il consenso, si configura una violazione? E se sì, chi è responsabile — lo sviluppatore del modello, l’utente che ha generato il brano, la piattaforma che lo distribuisce?
Queste non sono domande teoriche. Artisti di ogni livello — dalle superstar internazionali ai musicisti indipendenti italiani — si trovano già oggi a competere con contenuti generati dall’IA che suonano simili al loro stile, a volte quasi identici, senza che esista un quadro normativo chiaro che li tuteli. La direttiva prevede disposizioni generali sul text and data mining — cioè la possibilità per i ricercatori di analizzare grandi quantità di dati anche protetti da copyright a fini scientifici — ma queste eccezioni non erano pensate per disciplinare l’addestramento di modelli commerciali di IA generativa su scala industriale.
Il dibattito su IA e copyright in Europa è in pieno fermento, e molti esperti di diritto, associazioni di autori e organizzazioni di categoria chiedono che la direttiva venga riaperta o almeno integrata con disposizioni specifiche che affrontino questo vuoto normativo. Non si tratta di bloccare l’innovazione tecnologica, ma di garantire che chi crea contenuti originali — e chi li ha creati nel passato, fornendo inconsapevolmente il materiale su cui i modelli di IA si sono addestrati — riceva un riconoscimento equo.
Oltre all’IA, c’è un altro fronte su cui la direttiva mostra la sua età: i nuovi modelli di distribuzione musicale. Nel 2019, lo streaming era già dominante, ma il panorama era relativamente semplice: Spotify, Apple Music, qualche servizio di video in streaming. Oggi la musica circola attraverso canali molto più frammentati e complessi — dai social media con musica in sottofondo, ai giochi video con colonne sonore dinamiche, alle piattaforme di realtà virtuale e aumentata, fino ai mondi virtuali in cui gli artisti tengono concerti digitali davanti a milioni di avatar.
Ognuno di questi contesti solleva questioni di licenza che il quadro normativo attuale fatica a gestire. Chi deve pagare i diritti quando un avatar balla su una canzone in un ambiente virtuale? Come si calcola il compenso per un brano usato come sottofondo in un video di trenta secondi su una piattaforma social che ha un miliardo di utenti? Queste domande non hanno ancora risposte normative chiare, e l’industria musicale si trova a negoziare caso per caso, in un contesto di squilibrio di potere enorme tra i grandi colossi tecnologici e i singoli artisti o le piccole etichette indipendenti.
La direttiva aveva l’ambizione di riequilibrare questo rapporto, e in parte ci è riuscita — soprattutto rafforzando la posizione degli editori e delle società di gestione collettiva nei confronti delle piattaforme. Ma il ritmo dell’innovazione tecnologica ha già superato le soluzioni previste nel testo, rendendo necessario un aggiornamento che tenga conto del panorama attuale.
Il dibattito sulla necessità di rivedere la direttiva copyright UE vede posizioni diverse e spesso contrastanti. Da un lato, le grandi associazioni di autori e compositori chiedono norme più stringenti sull’IA generativa, in particolare l’obbligo per i sviluppatori di modelli di dichiarare su quali dati hanno addestrato i loro sistemi e di ottenere il consenso dei titolari dei diritti — o quantomeno di garantire loro una remunerazione.
Dall’altro lato, le piattaforme tecnologiche e alcune organizzazioni della società civile temono che norme troppo restrittive possano soffocare l’innovazione o creare barriere all’accesso alla cultura. C’è poi la posizione degli artisti indipendenti, spesso ambivalente: da un lato vogliono essere protetti dall’uso non autorizzato del loro lavoro da parte dell’IA, dall’altro temono che sistemi di filtraggio ancora più aggressivi finiscano per penalizzare la loro creatività, bloccando remix, cover, mashup e tutte quelle forme di espressione che si nutrono del dialogo con la musica esistente.
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Una proposta che raccoglie consensi trasversali è quella di introdurre un sistema di licenze collettive obbligatorie per l’addestramento dei modelli di IA, simile a quello che esiste già per la radio o per certi usi in ambito educativo. In questo modo, le aziende che sviluppano IA potrebbero continuare a operare senza dover negoziare singolarmente con milioni di titolari di diritti, ma gli autori e i musicisti riceverebbero comunque una compensazione attraverso le società di gestione collettiva. È un modello che ha il pregio della praticità, anche se non mancano le critiche: chi stabilisce le tariffe? Come si distribuiscono i proventi tra artisti famosi e indipendenti?
Riaprire una direttiva europea non è mai semplice. Il processo legislativo europeo è lungo, richiede il consenso di istituzioni diverse — Commissione, Parlamento e Consiglio — e si svolge in un contesto politico in cui le priorità cambiano con ogni nuova legislatura. La direttiva del 2019 era già il frutto di tre anni di negoziati intensi e di un dibattito pubblico molto acceso, con manifestazioni di piazza in diversi paesi europei e una campagna di comunicazione senza precedenti da parte delle piattaforme tecnologiche contrarie al testo.
Riaprire quel dossier significa affrontare di nuovo tutte quelle tensioni, in un contesto politico europeo che nel frattempo è cambiato. Detto questo, la pressione per un aggiornamento normativo è reale e crescente. La Commissione europea ha già avviato una riflessione più ampia sul rapporto tra IA e diritto d’autore nell’ambito del più generale quadro normativo sull’intelligenza artificiale — l’AI Act europeo — ma molti esperti ritengono che questo non sia sufficiente e che serva un intervento specifico sul diritto d’autore.
Una strada percorribile potrebbe essere quella di non riaprire integralmente la direttiva ma di adottare un atto normativo complementare — una sorta di direttiva bis — che affronti specificamente le questioni legate all’IA generativa e ai nuovi modelli di distribuzione, lasciando intatto il quadro generale del 2019. Questa soluzione avrebbe il vantaggio di essere politicamente più gestibile, anche se rischia di produrre un sistema normativo frammentato e difficile da applicare in modo coerente.
Puoi approfondire il quadro normativo europeo direttamente sul sito del Dipartimento per le Politiche Europee del governo italiano, dove è disponibile la documentazione ufficiale relativa all’approvazione della direttiva.
Tra tutti i settori creativi, la musica è probabilmente quello più direttamente colpito dall’inadeguatezza del quadro normativo attuale. I brani musicali sono brevi, facilmente replicabili, immediatamente riconoscibili nello stile — e quindi particolarmente vulnerabili all’imitazione da parte dei sistemi di IA. Un romanzo scritto in stile Calvino è ancora chiaramente diverso dall’originale; un brano musicale generato dall’IA in stile di un artista famoso può essere praticamente indistinguibile, almeno per l’ascoltatore medio.
Questo crea un problema non solo economico ma anche identitario per gli artisti. La voce, lo stile, il suono sono elementi costitutivi dell’identità di un musicista — e vederli replicati senza consenso da una macchina è qualcosa che va ben oltre la questione dei diritti economici. La direttiva copyright UE del 2019 non aveva gli strumenti per affrontare questa dimensione del problema, e il dibattito sulla sua revisione non può ignorarla.
Nel 2026, il sistema musicale è a un bivio: o si trovano regole nuove, capaci di tutelare la creatività umana senza bloccare l’innovazione tecnologica, oppure si rischia di assistere a una progressiva svalutazione del lavoro degli artisti in favore di contenuti generati automaticamente a costo quasi zero. La posta in gioco è alta, e la risposta normativa — che arrivi sotto forma di revisione della direttiva esistente o di nuovi strumenti legislativi — non può più aspettare.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.
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