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Michael Kiwanuka svela tutto in ‘Fudge’: il documentario che racconta l’uomo dietro la musica

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C’è qualcosa di raro e prezioso nel poter spiare un artista mentre costruisce la propria musica pezzo per pezzo, nota per nota, dubbio per dubbio. Ed è esattamente quello che offre il documentario musicale behind the scenes dedicato a Michael Kiwanuka e al suo nuovo album Fudge, apparso sulle pagine di Rolling Stone nell’ottobre 2026. Un film breve ma denso, girato nella primavera e nell’estate del 2023, che porta lo spettatore dentro uno studio di registrazione piccolo e remoto nei pressi di Southampton, in Inghilterra, dove Kiwanuka ha dato forma a quello che si rivela uno dei suoi lavori più personali e inattesi.

Un album che arriva dopo un lungo silenzio

Fudge è uscito il 23 ottobre 2026 per Polydor Records, e già solo questo dato racconta qualcosa di importante: tra Kiwanuka — l’album omonimo del 2019 che gli valse il Mercury Prize — e questo nuovo lavoro sono passati sette anni, un’eternità nel ciclo frenetico dell’industria discografica contemporanea. Sette anni in cui Kiwanuka non ha smesso di lavorare, ma in cui la vita ha preso direzioni imprevedibili. Il materiale di Fudge fu registrato integralmente prima che l’artista subisse un ictus, un evento che ha inevitabilmente cambiato la prospettiva con cui oggi ascoltiamo questo disco — e con cui guardiamo il documentario che ne racconta la gestazione.

È importante sottolineare, però, che il film non nasce come documento retrospettivo né come tributo malinconico. Venne concepito e girato quando il progetto era ancora in pieno fermento creativo, quando Kiwanuka stava semplicemente facendo quello che sa fare meglio: scrivere, suonare, esplorare. Il tono del documentario riflette quella leggerezza, quella curiosità aperta che caratterizza anche il titolo scelto per l’album — Fudge, una parola che in inglese evoca dolcezza, imperfezione, un certo senso del gioco.

Southampton come rifugio creativo

La scelta del luogo non è casuale. Kiwanuka ha lavorato in uno studio di registrazione piccolo e appartato vicino alla sua casa di Southampton, lontano dai grandi centri produttivi di Londra o Los Angeles. È una decisione che dice molto sul tipo di musica che voleva fare: intima, artigianale, senza la pressione di un ambiente industriale. Southampton non è una città che compare spesso nelle biografie dei grandi artisti pop, eppure per Kiwanuka rappresenta un radicamento, un punto di ritorno dopo anni di tournée internazionali e riconoscimenti pubblici.

Il documentario musicale behind the scenes cattura proprio questa dimensione domestica e quasi artigianale del processo creativo. Non c’è la grandiosità di uno studio hollywoodiano, non ci sono producer stellari in primo piano né sessioni frenetiche da blockbuster. C’è invece un artista che lavora con concentrazione e curiosità, che si concede il lusso di sbagliare, di cambiare direzione, di ridere dei propri esperimenti. È questo tipo di intimità che rende il film un documento raro: non una campagna promozionale patinata, ma una finestra autentica su come nasce la musica quando nessuno — o quasi — sta guardando.

Il Mercury Prize e il peso di un’eredità

Per capire cosa rappresenta Fudge nella carriera di Kiwanuka, bisogna tornare a quel Mercury Prize vinto nel 2019 con l’album omonimo Kiwanuka. Quel disco fu una rivelazione: un viaggio soul-rock di rara profondità, capace di mettere insieme influenze che andavano da Curtis Mayfield a Nick Drake, attraversato da una malinconia luminosa e da testi che affrontavano con coraggio temi di identità, appartenenza e solitudine. Il Mercury Prize non è un premio qualsiasi: seleziona ogni anno il miglior album britannico o irlandese, ed è storicamente uno dei riconoscimenti più rispettati nel panorama musicale anglofono. Vincerlo significò per Kiwanuka una consacrazione critica definitiva, ma anche l’inevitabile peso delle aspettative per il lavoro successivo.

Sette anni dopo, con Fudge, sembra che Kiwanuka abbia scelto deliberatamente di non inseguire quella grandiosità. Il titolo stesso — giocoso, quasi irriverente — suggerisce un approccio diverso, meno solenne. E il documentario musicale behind the scenes che accompagna l’uscita dell’album conferma questa lettura: le immagini girate a Southampton mostrano un artista che si permette di essere leggero, sperimentale, disposto a lasciarsi sorprendere dalla musica invece di controllarla ossessivamente.

Cosa si vede e si sente nel film

Il documentario fu girato nel corso della primavera e dell’estate 2023, un arco temporale che copre buona parte della fase di registrazione dell’album. Le riprese si concentrano sullo studio vicino a Southampton, seguendo Kiwanuka nel suo lavoro quotidiano. Non si tratta di un making-of convenzionale con interviste in camera fissa e commenti a posteriori: il film sembra privilegiare l’osservazione diretta, la cattura di momenti non costruiti per la telecamera.

Questo approccio è particolarmente efficace per un artista come Kiwanuka, la cui musica vive di sfumature e di ciò che non viene detto esplicitamente. Vedere come nascono le sue melodie, come si costruisce l’architettura sonora di un brano, come vengono prese le decisioni sugli arrangiamenti — tutto questo arricchisce enormemente l’ascolto dell’album. Un documentario musicale behind the scenes ben realizzato non spiega la magia, la amplifica: ti fa tornare alla musica con orecchie diverse, più attente, più consapevoli.

Il film è disponibile attraverso Rolling Stone, la storica testata musicale che da decenni accompagna la cultura rock e pop con un’attenzione rara alla profondità giornalistica. Potete trovare il documentario e maggiori informazioni direttamente sul sito ufficiale di Rolling Stone.

Un documento che assume un significato particolare

Il fatto che sia il documentario sia l’album siano stati realizzati prima che Kiwanuka subisse un ictus aggiunge uno strato di significato che non si può ignorare del tutto, pur senza farne il centro della narrazione. Non perché il dramma personale debba colorare necessariamente la lettura artistica, ma perché queste immagini — girate in un momento di piena vitalità creativa — testimoniano uno stato di grazia che appartiene a un periodo preciso della vita dell’artista. Sono un documento di come era il suo rapporto con la musica in quel momento, con quella concentrazione, quella leggerezza, quella voglia di esplorare.

È un aspetto che chi ama profondamente la musica di Kiwanuka non può fare a meno di percepire. Ma è altrettanto vero che Fudge esiste e parla da solo: è un album che Kiwanuka ha voluto fare, che ha costruito con cura, e che ora è nel mondo. Il documentario musicale behind the scenes che lo accompagna non è un epitaffio né una celebrazione nostalgica, ma semplicemente la storia di come è nato — una storia che vale la pena conoscere per apprezzare ancora di più la musica che ne è uscita.

Perché questo tipo di documentari conta davvero

Nel panorama attuale, in cui i contenuti si moltiplicano a velocità vertiginosa e l’attenzione degli ascoltatori è sempre più frammentata, un documentario musicale behind the scenes come quello su Fudge rappresenta qualcosa di controcorrente e prezioso. Non è un reel di trenta secondi su Instagram, non è un’intervista-lampo a un festival. È un invito a fermarsi, a guardare, ad ascoltare con più lentezza.

Gli artisti che scelgono di aprire le porte del loro processo creativo regalano agli ascoltatori qualcosa che va oltre la musica stessa: regalano contesto, umanità, complessità. E Kiwanuka — con la sua storia, con il suo suono che mescola soul, folk e psichedelia in modi ogni volta sorprendenti — è esattamente il tipo di artista di cui vale la pena conoscere il processo creativo in profondità. Fudge è fuori dal 23 ottobre 2026, il documentario è accessibile su Rolling Stone: non c’è momento migliore per immergersi in entrambi, nell’ordine che preferite.

Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.

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